Quanto costa non sapere se il tuo magazzino è efficiente?

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Colli in attesa, orologio e costi crescenti: inefficienze di magazzino

Un ordine preparato in dieci minuti invece che in sette sembra un dettaglio. Una referenza ad alta rotazione collocata qualche corsia più lontano non appare come un’emergenza. Un errore di prelievo ogni tanto può sembrare fisiologico.

Il problema nasce quando questi piccoli attriti si ripetono centinaia di volte al giorno. A quel punto diventano ore di lavoro, spazio occupato male, ritardi, resi e clienti insoddisfatti. Eppure, in molte aziende, nessuno li traduce in un costo complessivo.

Non significa necessariamente che il magazzino sia gestito male. Più spesso significa che mancano il tempo, i dati organizzati o un riferimento con cui confrontarsi.

Il costo logistico supera l’11% del fatturato nelle PMI

Secondo il Logistics Cost Monitor presentato da LIUC nel 2026, i costi logistici incidono mediamente per il 9,9% sul fatturato delle aziende analizzate. Nelle PMI la percentuale supera l’11%.

Il trasporto rappresenta la voce principale, ma circa il 40% del costo logistico è riconducibile al magazzino: spazi, personale e oneri finanziari legati alle scorte.

Sono percentuali che meritano attenzione. In un’azienda con 5 milioni di euro di fatturato, anche una variazione di pochi decimi di punto può corrispondere a migliaia di euro l’anno.

Il punto, però, non è applicare una media nazionale a ogni impresa. Settore, volumi, assortimento e livello di servizio cambiano molto da un magazzino all’altro. Il dato LIUC serve soprattutto a porre una domanda: sappiamo quanto pesa davvero la logistica nella nostra azienda e quale parte di quel costo potrebbe essere evitata?

L’inefficienza raramente compare in una sola voce

Un magazzino inefficiente non presenta necessariamente una perdita chiaramente identificabile in bilancio. Il costo tende a distribuirsi in molte attività:

  • operatori che percorrono più strada del necessario;
  • articoli ad alta rotazione collocati in posizioni poco accessibili;
  • attese tra ricevimento, stoccaggio, prelievo e spedizione;
  • errori di picking, controlli aggiuntivi, resi e nuove spedizioni;
  • scorte eccessive che occupano spazio e immobilizzano capitale;
  • urgenze gestite con straordinari o trasporti più costosi;
  • aree congestionate accanto a zone sottoutilizzate.

Ogni episodio, preso da solo, può sembrare trascurabile. La somma è molto meno innocua.

Immaginiamo, per esempio, che dieci operatori perdano in media venti minuti al giorno in percorsi evitabili o nella ricerca di materiale. Sono oltre tre ore di lavoro per ogni giornata operativa. In circa 220 giorni, il totale supera le 700 ore. Non è una stima universale né prova da sola che si possa recuperare tutto quel tempo, ma mostra perché misurare attività ripetitive può cambiare la percezione del problema.

Il 65% del campione OSAM non ha automazione di magazzino

Nel Dossier OSAM 2025 di LIUC, il 65% delle aziende che hanno risposto dichiara di non avere automazione in magazzino. Il dato riguarda il campione osservato e non può essere esteso automaticamente a tutti i magazzini italiani, ma descrive comunque una realtà diffusa: molte imprese lavorano ancora con processi tradizionali.

Questo non significa che ogni azienda debba installare trasloelevatori, robot o sistemi complessi. Automatizzare un processo non ottimizzato può semplicemente rendere più veloce un errore già esistente.

Prima della tecnologia viene la diagnosi. Bisogna capire dove si concentra il lavoro, quali articoli generano la maggior parte dei movimenti, dove nascono attese ed errori e quali interventi avrebbero un impatto concreto.

In altre parole, la prima domanda non dovrebbe essere «quale soluzione compriamo?», ma «qual è il problema che vale davvero la pena risolvere?».

Cinque numeri che aiutano a vedere il problema

Non serve iniziare da decine di indicatori. Per una prima lettura, possono bastare cinque misure comprensibili:

  1. Produttività di picking: quante righe d’ordine vengono prelevate in un’ora di lavoro.
  2. Tempo di ciclo dell’ordine: quanto passa dalla ricezione dell’ordine alla disponibilità per la spedizione.
  3. Tasso di errore: quanti ordini o righe richiedono una correzione.
  4. Rotazione delle scorte: quanto rapidamente le giacenze vengono utilizzate o vendute.
  5. Saturazione dello spazio: quanto volume è occupato e, soprattutto, quanto bene sono utilizzate le ubicazioni disponibili.

Questi numeri non vanno letti isolatamente. Una produttività elevata ottenuta aumentando gli errori non è un miglioramento. Una saturazione estrema può sembrare efficiente sulla carta, ma creare congestione e rallentare i prelievi.

Serve quindi un confronto fra indicatori, processi e caratteristiche dell’azienda. Anche il benchmark è utile soltanto se si confrontano realtà compatibili.

I dati probabilmente esistono già

Molte PMI pensano che un’analisi sia possibile solo dopo aver installato sensori, rifatto il gestionale o avviato una lunga integrazione informatica. Non sempre è così.

Una prima diagnosi può partire da dati che l’azienda possiede già: anagrafica articoli, ordini, righe movimentate, quantità, date, giacenze e ubicazioni. Spesso si possono esportare dal gestionale in un foglio Excel o in un file CSV.

Da queste informazioni è possibile, per esempio, realizzare un’analisi ABC per individuare gli articoli che concentrano la maggior parte dei movimenti. Si può verificare se le referenze più richieste occupano davvero le posizioni più favorevoli e osservare come cambiano volumi e carichi di lavoro nel tempo.

L’intelligenza artificiale può aiutare a esaminare i dati, evidenziare anomalie e trasformare i risultati in un linguaggio più comprensibile. Non sostituisce però la conoscenza del processo, non corregge dati incompleti e non può dedurre da un file tutto ciò che accade fisicamente in reparto. Una diagnosi seria deve dichiarare questi limiti e prevedere una verifica umana.

Un audit rapido e accessibile avrebbe utilità per le PMI?

Oggi le alternative più comuni sono due: analizzare internamente i dati, spesso con fogli di calcolo e senza benchmark, oppure affidarsi a un progetto di consulenza strutturato. Entrambe le strade possono essere valide, ma tra l’analisi fatta in casa e un audit completo sembra esserci spazio per un primo livello di diagnosi più rapido.

Stiamo valutando un servizio rivolto alle PMI italiane: l’azienda fornirebbe un export dei dati di magazzino e riceverebbe un report con analisi ABC, alcuni KPI di efficienza e una lista ragionata delle priorità da approfondire.

Il servizio non è ancora disponibile. Prima di costruirlo vogliamo capire se risponde a un bisogno reale, quali informazioni sarebbero davvero utili e quale investimento le aziende considererebbero ragionevole.

Per questo non chiediamo di acquistare nulla. Chiediamo tre minuti e tre risposte.

Sai quanto ti costa oggi l’inefficienza del magazzino?

Compila il breve questionario: ci aiuterai a capire se una diagnosi rapida basata sui dati può essere utile alle PMI italiane. Se vorrai, potrai anche lasciare un contatto per partecipare a un eventuale test pilota.

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Fonti e approfondimenti

  1. LIUC, Logistics Cost Monitor 2026:
    https://liuccomunicatistampa.blogspot.com/2026/05/il-costo-della-logistica-in-italia-pesa.html
  2. LIUC, Dossier OSAM 2025:
    https://www.liuc.it/wp-content/uploads/Dossier_Lo09_2025.pdf
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Francesco

Ingegnere informatico, Consulente logistico e co-founder di Gazzetta Logistica. Mi occupo di Logistica dal 2012. Da alcuni anni lavoriamo alla realizzazione del software gestionale SWEET per la gestione del magazzino e dei trasporti, il quale sta riscontrando un buon successo nelle varie installazioni.

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