Quel dolce dondolar…

Quel dolce dondolar…

È noto a molti, soprattutto ai genitori di neonati insonni, il cosiddetto “effetto culla” cioè la sonnolenza che talvolta si sperimenta sin dai primi minuti di un giro in automobile, ma le basi scientifiche del fenomeno sono poco studiate e non ancora del tutto comprese, nonostante i comprensibili e significativi risvolti sulla sicurezza stradale. Nel 2018, un team multidisciplinare di ricercatori australiani ha sottoposto 15 volontari a un test con un simulatore virtuale che replicava la guida su una monotona autostrada a due corsie. I partecipanti sono stati valutati in due differenti sessioni di 60 minuti ciascuna: in assenza e in presenza di vibrazioni a bassa frequenza (tra 4 e 7 Hertz, cioè lo stesso range che si sperimenta all’interno di un’automobile o di un camion) applicate al sedile, prendendo come parametro la variabilità della frequenza cardiaca. Uno degli effetti della stanchezza e del calo dell’attenzione è infatti il rallentamento dell’attività del cuore.

I risultati, pubblicati sulla rivista Ergonomics, hanno dimostrato che entro appena 15 minuti dall’inizio del test, in tutti i soggetti anche quelli perfettamente riposati e in buona salute fisica e mentale le vibrazioni inducevano sensazioni di intorpidimento che diventavano vera e propria sonnolenza in 30 minuti raggiungendo il picco a 60 minuti tanto da richiedere uno sforzo notevole per mantenere la vigilanza e l’attenzione. Gli autori dell’esperimento non sono stati in grado di chiarire in maniera definitiva quali siano i meccanismi fisiopatologici del fenomeno tenendo conto peraltro che a determinate frequenze le vibrazioni possono avere un effetto opposto e aiutare a mantenere la mente sveglia e in allerta. L’articolo si conclude con l’auspicio di approfondire meglio l’argomento con ricerche su un maggior numero di persone e soprattutto in condizioni meno sperimentali e più prossime alla cosiddetta “real life” cioè alla vita reale, sia pure sottolineando l’auspicio di avere in futuro sedili per veicoli progettati in modo da ridurre o interrompere l’effetto cullante indotto dalle vibrazioni. A distanza di quattro anni, parte dello stesso gruppo di ricerca ha pubblicato i risultati di una revisione narrativa della letteratura sull’influenza delle vibrazioni meccaniche trasmesse al corpo intero (WBV: whole-body vibration) dal pianale o dal sedile sulla sonnolenza del guidatore evidenziando come si tratti di un problema ormai acclarato ma assai complesso in quanto dipendente dalle caratteristiche fisiche delle vibrazioni stesse (frequenza, ampiezza, forma e durata) e dall’identikit del guidatore. In realtà sono proprio questi ultimi, cioè i cofattori legati al conducente a essere stati fin’ora poco indagati in questo senso. Non ci sono infatti studi che abbiano approfondito l’interazione tra WBV, sonnolenza e per esempio età del conducente o soprattutto condizioni quali obesità, alimentazione, uso di farmaci (per non parlare dell’alcol) e disturbi patologici del sonno come le apnee notturne. Con queste limitazioni sembra che il cervello umano si sincronizzi con alcune peculiari WBV prodotte dal veicolo, spingendo l’organismo verso le prime fasi del sonno. In attesa di nuovi chiarimenti scientifici e di innovazioni tecnologiche in grado di minimizzare queste insidiose vibrazioni e pur potendo contare su moderni dispositivi che oggi aiutano l’autista a non addormentarsi alla guida, il rimedio migliore è sempre quello di essere prudenti, coscienziosi e consapevoli: mettersi al volante riposati, fermarsi spesso, mangiare poco e se si colgono i primi segni di calo di attenzione e vigilanza (sbadigli, occhi che bruciano, percezioni alterate) è ora di fare una pausa e dormire per un po’.

Buon viaggio!  

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